Vinka Kitarović – un pensiero di Alice Donia

Storia di una partigiana

Alice Donia

In questi tempi frenetici e moderni, dal punto di osservazione privilegiata in cui mi trovo, come donna riesco ad avere una visione completa e soddisfacente di tutto quello che mi circonda, sentendomi padrona della mia vita. Mi trovo sulla cima di una montagna, eretta nel corso della storia da numerose ragazze straordinarie, che nella loro esistenza hanno scelto di combattere per l’uguaglianza e la libertà.combattere per l’uguaglianza e la libertà.

Quest’anno, in occasione dell’anniversario della Liberazione Italiana, mi piace pensare di dare un piccolo contributo, sperando di riuscire a restituire una minima parte dell’incolmabile debito che sento di avere nei loro confronti, raccontando di Vinka Kitarović, donna jugoslava dalla storia immensa, che ha agito affinché la voce della Resistenza diventasse sempre più forte e invincibile.

Una partigiana.

Nasce il 5 aprile del 1926 a Sebenico (Jugoslavia). All’età di quindici anni, nel 1941, Vinka apprezzava serenamente l’inizio della primavera quando, la prima domenica di aprile, fu annunciato il primo bombardamento a Belgrado e con esso anche l’inizio della guerra in Jugoslavia. Ben presto tedeschi e italiani la occuparono. Gli episodi di morte e violenza diventarono nel tempo sempre più difficili da quantificare. La partigiana raccontò di quando, una mattina, le camicie nere sbarcarono a Sebenico, imponendo le loro leggi con minacce, intimidazioni e violenze. Quello fu il giorno in cui conobbe per la prima volta i fascisti. Li descrisse così:

una masnada di energumeni con le maniche rimboccate, stringevano in una mano il manganello e nell’altra una bottiglia di olio di ricino

Questi, immediatamente imposero il loro volere anche nel mondo della scuola, pretendendo che venisse studiata esclusivamente la lingua italiana, che in pochi conoscevano. Da quel momento, le sensazioni di indignazione e ribellione regnarono supreme nel suo cuore. Lei, come altri studenti, non aveva alcuna intenzione di ripudiare le sue origini e la sua vera cultura. Per questo la ragazza, assieme ad altri, decise di iscriversi all’Unione della gioventù comunista jugoslava. Aveva solo sedici anni quando, una sera dell’aprile 1941, appena dopo il coprifuoco fu arrestata dalla polizia. Lei, come altre sue compagne, fu portata via dalla sua famiglia. In quel drammatico momento venne strappata dalla sua vita adolescenziale e dalla sua adorata città natale. Nei giorni precedenti Vinka sognava la fine dell’anno scolastico, l’estate e il mare Adriatico…

Fu deportata prima a Trieste per poi essere internata nella città di Bologna in un istituto per la rieducazione delle minorenni traviate. All’interno di quell’istituto, per la prima volta capì che “un italiano non è per forza fascista”. Approfittando di un disastroso bombardamento nella zona, con l’aiuto di una guardiana antifascista riuscì a fuggire insieme ad una compagna, sottraendosi al suo incerto destino. Le fu offerto di tentare di raggiungere la Jugoslavia, ma le sue idee erano già chiare e, accantonando il desiderio di rivedere la famiglia, decise di restare a combattere in Italia. Aveva capito che la resistenza poteva e doveva essere internazionale e che la lotta partigiana non conosceva confini territoriali.

L’odio provato per gli italiani al mio arrivo stava scomparendo

Individuò nell’anima delle persone che erano al suo fianco gli stessi sentimenti e valori che le ricordavano la sua gente. Parlando della sua scelta di aderire alla Resistenza Italiana, la partigiana disse:

aderii alla Resistenza italiana, in quanto nella stessa ritrovavo sia il pensiero, sia il fine che erano alla radice del movimento di Resistenza del mio Paese […] il fatto di maggior interesse politico per me fu, e rimane tutt’ora, l’unità e la crescente partecipazione delle genti italiane al movimento di liberazione.

Vinka imparò ad andare in bicicletta e iniziò a pedalare decisa nel lungo sentiero della resistenza. Entrò a far parte della VII brigata GAP e “Lina” divenne il suo nome di battaglia bolognese. Faceva parte della staffetta dei Gap di centro e la sua bici, con la quale iniziò a trasportare armi, munizioni, ordini e materiale di propaganda divenne la sua arma. Era molto coraggiosa e fu sempre bene attenta a nascondere la sua grande paura. Tra le sue testimonianze spicca una scena singolare:

Mi ricordo la pesante bomba destinata a Ferrara per un atto di sabotaggio, che faticavo a trasportare correndo verso il treno e un soldato tedesco che insistette per aiutarmi. Salvandomi la vita senza che ne fosse conscio. In treno, infatti, incappammo in un posto di controllo ed io passai indisturbata perché ero con il tedesco. Fu gentile, mi riaccompagnò nello scompartimento e mi salutò, ignaro di cosa avesse trasportato.

Dopo aver scoperto di essere ricercata dai fascisti andò a Modena, dove conobbe “Gino”, la cui vera identità era quella di Italo Scalambra. Nella città della Ghirlandina Lina diventò “Vera” ed entrò a far parte della 65^ Brigata Garibaldi chiamata “Walter Tabacchi”, diventando la staffetta del comando. Esplorando in bicicletta la città e la provincia modenese trasportava armi e munizioni, consegnando anche ai vari distaccamenti ordini per le singole azioni di guerra e sabotaggio. Nelle sue dichiarazioni Vinka rivelò che in quel momento la sua paura e le sue preoccupazioni erano smisurate ma che la sua audacia e i valori per cui lottava lo erano ancora di più.

Al termine del 1944 venne inserita nel comando militare della resistenza in Emilia-Romagna. Per conto del CUMER iniziò a svolgere missioni dal destino quasi fatale, come ad esempio l’individuazione delle postazioni dei tedeschi e dei mezzi corazzati, la trasmissione degli ordini e l’organizzazione di incontri con i compagni di altre città da condurre ai recapiti clandestini del comando.

Gli attacchi partigiani contro tedeschi e fascisti diventarono sempre più intensi. Arrivò aprile. I nemici se la diedero a gambe e, quando il 22 aprile arrivarono gli alleati, Modena era già libera. La gente esultava e tutti, increduli e commossi festeggiarono la vittoria.

Vinka Kitarović al pranzo ANPI presso il Centro Socliale Pilastro il 18 novembre 2012.

A quel tempo, la nostra “partigiana della verità” aveva solo diciannove anni e se oggi sappiamo cosa significa essere liberi è anche grazie a lei. Dall’8 Febbraio del 1944 viene riconosciuta come partigiana combattente, con il grado di capitano. Fece parte della presidenza dell’A.N.P.I. (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) provinciale di Bologna e fu membro del direttivo dell’A.N.P.P.I.A. (Associazione Nazionale Perseguitati Politici Italiani Antifascisti).

Grazie anche all’iniziale influenza del padre, fin dagli anni dell’adolescenza Vinka intendeva riscattare la dignità umana, per poi restituirla alle mani grandi e ruvide del popolo. Raccontò della sua valorosissima lotta spiegando che ogni momento vissuto continuava ad esistere e sopravvivere nei suoi ricordi con una intensità senza misura. Chi ha avuto l’immenso onore di conoscerla mi ha parlato del suo amore, della sua devozione verso i giovani di oggi e delle sue alte aspettative e speranze nei loro confronti. Persone a lei vicine ricordano ancora con molta commozione la fiamma, rimasta sempre viva negli anni, del suo spirito e del suo impegno verso la comunità, poiché fino alla fine si è occupata di promuovere e organizzare iniziative con lo scopo di tenere in vita i ricordi, i valori e le grandi vittorie della sua vita partigiana.

Vinka Kitarović muore il 26 Dicembre del 2012 all’età di ottantasei anni e continua ad essere tuttora un faro di luce inesauribile nei confronti dell’emancipazione femminile e della lotta per la libertà. Ritengo che adesso sia fondamentale continuare a fare in modo che i suoi enormi sacrifici e la sua forza sbalorditiva non perdano valore.

A noi oggi spetta il grande dovere di custodire e diffondere la sua eredità, non dimenticandone mai il significato.